10 Apr Riflessione sull’emergenza sanitaria Covid19 e sue implicazioni comunicative
La comunicazione dell’emergenza sanitaria
E’ passato un mese da quando in Italia sono state intraprese le prime mosse per contrastare la diffusione di un nuovo virus pandemico che dalla città cinese Wuhan ha contagiato ormai milioni di persone in tutto il mondo.
I primi provvedimenti italiani, datati 23 febbraio, riguardano azioni volte ad impedire l’assembramento di persone. Il Governo, a partire dalla chiusura delle scuole all’utenza, inizia a precludere la libertà individuale, a costringere le comunità ad una riorganizzazione nell’espletamento dei bisogni quotidiani: bisogni di istruzione/cura dei più giovani, bisogni di movimento, bisogni di socialità e ricongiunzione. Con un DCPM in continuo aggiornamento il Governo italiano ha limitato sempre di più la mobilità personale e costretto le famiglie ad una chiusura su se stesse. Secondo il modello di Abraham Maslow (1954) l’essere umano gioca la propria realizzazione assolvendo con la propria modalità personale ad ogni categoria dei bisogni primari e secondari, secondo un ordine di importanza e inclusione: assolti i bisogni primari che riguardano le funzioni fisiologiche l’uomo può passare alla realizzazione dei bisogni di sicurezza e salute per poi orientare il comportamento ai bisogni secondari di appartenenza, per i quali cerca e coltiva relazioni reciprocamente soddisfacenti; infine realizza la propria autostima e la propria autorealizzazione nella società sfruttando la propria creatività. La condizione attuale di detenzione nella propria abitazione perciò costringe a rivedere alcuni aspetti e priorità che riguardano la possibilità di realizzare bisogni, che precedentemente erano delegati e facilitati dalla libertà personale, di conseguenza costringe a fare i conti con le carenze offerte da questa costrizione e le sue implicazioni: difficoltà nel procurarsi cibo, incertezza sulla salute, limitazione o assenza di rapporti sociali, riorganizzazione del lavoro o la sua perdita, incertezza o totale sfiducia nelle proprie capacità di autorealizzazione nella società. Tutto in una cornice di globale riassestamento continuo.
La riorganizzazione delle famiglie riflette quella di Comunità, Città, Regioni, Stati, in quanto la chiusura è dilagante, imposta dai Governi e sempre più controllata. Dalla limitazione della libertà è stato necessario attivare il controllo da parte delle Forze dell’Ordine perché molte persone rigettano il cambiamento, compromettendo gli sforzi di tutti gli altri che invece lo rispettano. Gli equilibri personali e sociali vengono travolti come da una scossa di terremoto e nello stesso tempo le immagini e le notizie martellanti di malattia e morte vengono sparate a raffica dai Media e tradotte dalle persone secondo il proprio funzionamento psichico.
L’Omeostasi delle famiglie e delle coppie (Donald Jackson, 1954), o
vvero la tendenza a mantenere un equilibrio in un sistema di relazioni sociali, è minacciata e si trova ad evolvere; le famiglie devono rivedere i propri equilibri ed affrontare l’incertezza quotidiana, i ruoli vengono invertiti e stravolti, se le relazioni e le comunicazioni prima giravano intorno al ‘sintomo’ (agendo secondo schemi relazionali e comunicativi cristallizzati), ora tutta l’organizzazione si deve ricalibrare per portare a termine il soddisfacimento dei bisogni primari dati di solito per scontati e gestire spazi nuovi precedentemente riempiti: il procurarsi cibo, la gestione del tempo libero e dell’istruzione dei figli, la gestione del vuoto interiore colmato da attività esterne, la gestione dell’incertezza del presente e del futuro, perché non si conoscono i mezzi per far fronte alle difficoltà che comporta l’isolamento e i tempi di queste restrizioni; la convivenza forzata è contunua per giornate infinite. Nascono quindi compiti nuovi con cui famiglie, coppie e singoli devono misurarsi.
I meccanismi comunicativi di retroazione negativa (Paul Watzlawick, 1967) non sono più sufficienti a ristabilire l’equilibrio nei sistemi familiari e la famiglia e la coppia che non si riadattano rischiano di sfasciarsi. Nei sistemi familiari, così come nella comunicazione umana, i messaggi che le persone si scambiano sono costituiti da contenuto e relazione, la risposta retroattiva che un messaggio provoca nell’interlocutore tende a mantenere l’equilibrio proprio nell’interpretazione che si conferma tra i parlanti e porta a ristabilire l’equilibrio della relazione, in quanto stato conosciuto nel mondo di significati che è proprio del sistema stesso. Il feed back e la ripetitività nelle interazioni in questo senso non bastano a ristabilire la circolarità delle relazioni, il sistema è in cambiamento forzato e la sfida di nuova significazione coinvolge il livello personale, quello relazionale e si estende a tutta la comunità umana.
La metafora del messaggio del virus
Metaforicamente si può considerare come ci siano similitudini tra i vari livelli di propagazione dei messaggi in senso biologico e nell’ambito della Pragmatica della comunicazione umana: in questa operazione si può considerare il diffondersi del virus come un sistema di comunicazione. Il virus contiene delle informazioni (numeriche) tramite il suo Rna, che si insinuano nelle cellule (che non conoscono il codice linguistico) per replicarsi e diffondersi in modo devastante negli organismi e far
soccombere quelli meno in grado di rispondere. Il virus è come un messaggio, il sistema organismo, cerca di comprendere e rispondere al contenuto del messaggio con mezzi adeguati (la risposta anticorpale), ma questo si diffonde e distrugge il sistema-organismo stesso, attaccando gli organi vitali se il messaggio non è stato interpretato nel modo corretto. Così avviene che un individuo sano e giovane riesca a sopraffare la malattia e invece uno anziano o debilitato non abbia le risorse per sviluppare la reazione del proprio organismo. In pratica il messaggio è come se fosse un comando in una lingua sconosciuta che gli organismi più plastici riescono a comprendere. Infatti un bambino o una persona sana, le cui capacità mentali e prontezza emotiva siano attive nell’apprendere e interpretare un messaggio in una lingua nuova, in poco tempo produrranno una risposta efficace e reagiranno al messaggio con il comportamento più adatto; invece una persona malata non metterà in atto risposte adeguate al messaggio e si ritroverà a dover abbandonare la possibilità di rispondere facendosene invadere. Il messaggio virale inoltre passa dagli organismi al macrosistema comunità umana, la diffusione è globale e inarrestabile. Ciò che si sta osservando è come un popolo unito, organizzato, ricco di mezzi e infrastrutture possa controllare il contagio, contrariamente alle comunità ‘non reattive’ prive di mezzi economici e di comunicazione, con scarse infrastrutture e coordinamento, le quali non sono pronte a scatenare la reazione degli anticorpi (il divieto dei contatti, il personale medico, il controllo e le sanzioni per chi evade i divieti) per sconfiggere il diffondersi del virus.
Così stiamo assistendo al diffondersi del messaggio in tutta la comunità umana e abbiamo assistito ai tentativi di interpretazione e retroazione negativa di molte comunità sociali, l’equilibrio in emergenza sanitaria è stato ricercato con la chiusura progressiva delle attività umane per poter contrastare l’aggravamento di molte persone nello stesso momento in modo da poterle ricoverare nei reparti di terapia intensiva. Alcuni Paesi hanno appreso dai metodi retroattivi di altri che hanno affrontato l’emergenza sanitaria prima ed hanno realizzato incrementi di posti per ricoverare i malati, adattato reparti, operato quindi anche risposte e cambiamenti in retroazione positiva.
L’ossimoro e il paradosso nella comunicazione della pandemia
Il Covid19 è stato inizialmente definito come un “virus para-influenzale”, tale definizione, sebbene sia stato chiarito anche dall’OMS che con una normale influenza sussistano grandi differenze a livello di contagio e di mortalità, a mesi dalla scoperta del virus non è ancora stata smentita, tanto che Autorità a livello scientifico e medico richiamano la contraddizione di base indicandola ancora ‘pandemia influenzale’ (Il Sole 24 ore, 9 aprile 2020). Il tentativo di definizione racchiuso in questo ossimoro è supportato dal bisogno di categorizzazione della mente umana, che si deve creare schemi di riconoscimento in un mondo di significati. Ma si tratta di una definizione contraddittoria che crea un messaggio paradossale perché l’influenza non è considerata una malattia pandemica; quindi dalla sua ridondanza è sorta la difficoltà di accettazione delle sue conseguenze sia a livello personale che a livello governativo. Ogni Stato che ne è stato colpito ha reagito quasi con gli stessi meccanismi di reazione all’informazione: negazione iniziale (come ha fatto il Regno Unito e continua parzialmente a farlo la Svezia), presa di coscienza e elaborazione (Studi per sequenziare il genoma, attivazione della ricerca del vaccino), strategie di difesa messe in atto a catena (chiusura di tutte le attività umane che prevedono il contatto), ricerca delle soluzioni (potenziamento delle unità di terapia intensiva e restrizione della libertà individuale).
Inoltre se si considera come sia stato trattato il virus nella comunicazione di massa si ammette che siano stati molti gli errori riconoscibili. La Cina ha non detto agli altri Stati della diffusione del nuovo Covid19 fino a che non è stata evidente l’epidemia, i vari Stati in comunicazione aerea e la Cina stessa non hanno chiuso le frontiere in tempo per evitare la sua diffusione contrariamente alla comunicazione analogica per cui le immagini di morte hanno attraversato il globo e sono state interpretate dalla gente: è impossibile non comunicare (Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, 1967).
La discrepanza del messaggio visivo-analogico dal messaggio verbale ha creato un altro paradosso che ha impedito un’azione consapevole delle persone: la buona pratica è tossire coprendosi il volto, lavarsi le mani, stare distanti dalle persone come si fa per una normale influenza stagionale, ma il messaggio non verbale è differente, persone che svengono per le strade, ospedali che vengono costruiti in pochi giorni per ricevere i malati, operatori sanitari vestiti come astronauti. La discrepanza tra i messaggi ha contribuito al diffondersi del virus e chi ha minimizzato ne ha pagato le conseguenze oppure ha propagato il virus senza essere sintomatico. Del resto i Governi hanno reagito con modalità dettate dalla confusione attuando misure graduali solo vedendo salire i contagi e aggravarsi i malati, oppure pretendendo l’immunità di gregge, credendo nella possibilità di sviluppare presto un vaccino, cercando il capro espiatorio negli epicentri di diffusione; tutto ha alimentato un’interpretazione ambigua nelle persone, le quali, fino alla chiusura totale hanno continuato a fare la vita di sempre. L’OMS ha dichiarato la Pandemia l’11 marzo e tutti i confini sono stati chiusi dietro alla propria porta di casa, ma ancora in luoghi vicini e lontani abbiamo persone che negano questa emergenza.
Ci ritroviamo ora a fare tutti i conti con un’epidemia che dallo stato di “virus influenzale molto contagioso e forse un pochino più mortale dell’influenza” è diventato un’epidemia dei rapporti sociali: le persone si spostano quando si incontrano per strada, si osservano a vicenda da dietro le proprie mascherine e giudicano il prossimo con sospetto. Oltre alla paura di infettare e di infettarsi viene meno la possibilità di riconoscersi e di osservare gli altri: le espressioni del viso, la componente emotiva, la comunicazione non verbale sono nascoste e rese ambigue, confinate nell’intimità. Gli sforzi di resilienza di ognuno vengono distrutti a casa davanti alle Tv alle 18.00 con l’arrivo del bollettino della Protezione Civile. Ci ritroviamo a vivere con il bisogno inesprimibile di conforto perché spesso abbiamo perso persone a noi vicine senza nemmeno potergli parlare sul letto di morte, conviviamo con la consapevolezza di questa incertezza dilagante che riguarda la società, l’economia, la salute, ossia le certezze che ci permettevano di svolgere senza problemi ognuno le proprie attività. Il risultato della quarantena è che ora viviamo in un mondo chiuso, in cui il prevedibile è diventato imprevedibile. In questo mondo incerto dobbiamo cambiare le nostre abitudini e trovare sig
nificati nascosti, come disse Gregory Bateson “Galleggiamo in un mondo che consiste solo ed esclusivamente nel cambiamento e l’unica cosa che noi possiamo fare è cercare di restare a galla in un mondo paradossale” (Verso un’ecologia della mente, 1972). Il pensiero collettivo è focalizzato sull’insicurezza diluita nel tempo e nello spazio con solo la consapevolezza di dover evitare contatti umani chissà ancora per quanto. Il personale degli ospedali sta vivendo in un incubo di cui si porterà dietro il ricordo e i sensi di colpa per sempre. Ogni ambito lavorativo ha subito cambiamenti, l’adattamento è in corso e in corsa, per superare le perdite e trovare prevedibilità in settori che l’hanno completamente persa.
Il disorientamento e l’apprendimento nell’emergenza sanitaria
Il disorientamento colpisce ogni sfera di vita, il mancato senso di controllo coinvolge sia lo spazio personale che quello lavorativo e sociale: niente è scontato e le strategie abituali, funzionali o disfunzionali che siano state, non sono più attuabili. Viene meno ogni punto di riferimento su cui basare la valutazione della propria efficacia e su cui calibrare i tentativi di resilienza.
Risuona la notizia che la società umana abbia provato troppo l’ecosistema, che le pandemie si diffondano perché abbiamo abusato nel sistema terrestre e che lui si sta riprendendo quello che gli abbiamo tolto, costringendoci in casa con la paura, per poter respirare di nuovo e risorgere nella sua forma naturale. Osserviamo la diminuzione dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua e ci consoliamo guardando un tramonto dalla finestra. Per cui con un certo pessimismo misto a consapevolezza e rimprovero ci sentiamo in molti pronti a cambiare, anche perché osserviamo come ogni settore economico sia in perdita, osserviamo che se ogni formichina, quale siamo noi, non si muove per contribuire all’arricchimento delle ‘regine’ queste muoiono di fame, ma noi non possiamo attingere alle scorte per sopravvivere e dobbiamo iniziare a organizzarci da soli.
Le scorciatoie cognitive non sono più attuabili ed ogni aspetto della quotidianità è complesso, ben presto ogni persona si scontra con qualcosa che non può fare facilmente rispetto a prima, i mezzi per velocizzare le azioni di routine sono inceppati e si è costretti ad affrontare le strade più complicate o alla rinuncia. Mentre le persone distruggono le proprie abitudini per vivere chiuse in casa nello stesso tempo le stesse persone si accorgono della ricchezza che hanno i piccoli gesti quotidiani, di quanta importanza abbiano quei bisogni primari di Maslow e dell’opportunità che una cosa così piccola come un virus riesca a dare a tutta l’umanità per mettersi in discussione. Speriamo di aver compreso bene, ognuno a modo suo, da questa crisi mondiale che si sta prospettando e di accelerare il cambiamento. L’uomo sta imparando a vivere nel buio, ma quando tornerà alla luce non dovrà scordare come abbia appreso, dovrà fare tesoro di quello che il buio gli ha insegnato.
L’uomo sa apprendere ed è capace di cambiare, è in grado di apprendere ad apprendere: come direbbe Gregory Bateson (1972) “stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il proprio ambiente distrugge se stesso”…”l’uomo deve imparare ad agire in maniera sinergica con il proprio ambiente”. Credo per ognuno di noi che non ci sia momento migliore per farlo.
Anna Laurin
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