L’ipnosi Naturalistica di Milton H. Erickson

L’ipnosi profonda è quel livello … che permette al soggetto di funzionare adeguatamente e direttamente a livello di consapevolezza inconscia, senza che la mente cosciente vi interferisca.

“I modelli della tecnica ipnotica di Milton H. Erickson”

La vita di ogni psicoterapeuta, come di ogni persona, è un intreccio di vicende più o meno lineari e più o meno singolari, la cui matassa parte dalle generazioni precedenti e si districa in quelle successive, formando punti unici e lavorazioni insolite. Queste maglie possono vestire bene oppure essere di misura sbagliata, ma ogni persona le indossa in modo differente. Il modo di Erickson di indossare queste maglie, intessute dalla storia della sua famiglia e dalla storia della sua vita, per quanto fuori misura, è stato perfetto per la sua persona, perfetto per fare arrivare questo genio della psicoterapia ad una consapevolezza talmente vasta del funzionamento della mente umana, da portarlo a cambiare alcune persone in una sola seduta.

Ma cosa si intende per “persona”?

“Persona” è definito un “individuo che appartiene alla specie umana, senza distinzione di sesso, età o condizione sociale, considerato sia come elemento a sé, sia come membro della collettività”[1].

La persona è qualcosa di più e di diverso dall’individuo (dal lat. Individuus, ossia indivisibile), in quanto termine connotato dagli aspetti di relazione con le altre persone; “la persona è un concetto relazionale che consente di individuare l’unicità di un soggetto e contemporaneamente la sua appartenenza”[2].

La differenza tra individuo e persona sta nel fatto che il primo è dotato solo di coscienza, mentre la seconda è dotata anche di autocoscienza e personalità, questo secondo la tradizione filosofica.

L’individuo sta all’identità come la persona sta alla personalità, in un certo senso. Mi viene da pensare all’individuo come colui che ha a che fare con la propria identità (adulta), costruita in modo deterministico e statico sulla base delle proprie esperienze e capacità acquisite, fondata sulla consapevolezza di ciò che lo caratterizza nel proprio mondo, ma anche sulla coscienza dei propri limiti, appresi e condizionati dalle proprie esperienze pregresse. Intendo, infatti, l’identità quale processo di riconoscimento di sé stesso all’interno dei ruoli, valori, contesto sociale e culturale, appreso razionalmente, e rigidamente accettato, come condizione della propria esistenza nel mondo. Inoltre l’individuo è un’unità umana con un determinato grado di “differenziazione” del sé, quale “prodotto di un modo di pensare che si trasforma in un modo di essere”[3], incastrato nelle maglie del proprio giustificarsi, in modo razionale, i propri problemi. L’individuo ragiona grazie ai propri apprendimenti di tipo II, ossia sa retroagire e apprendere dai propri errori nell’insieme delle opzioni che conosce all’interno di un sistema (identitario e cosciente).

La persona, invece, ha una capacità in più, sfugge ai propri vincoli per poter mettere in discussione sé stessa e attingere all’Altro. E’ capace di modificare la propria personalità, di trasformarsi con gli “apprendimenti di tipo III” di G. Bateson, sa giocare con i sistemi e abbandonare la propria individualità per fondersi con l’Altro da sé.

La persona è in grado di smettere di “identificarsi” e smettere di misurare per così dire il proprio valore, tramite i processi di attribuzione, alle proprie capacità coscienti e conosciute, ed essere in grado di distogliere l’attenzione dal determinismo acquisito che lo ha incastrato in una certa identità, per connettersi ad una forza superiore, di cui percepisce l’esistenza senza pretendere di comprenderla appieno, di cui assapora la potenza e ne coglie con intuizione le analogie, facendo una esperienza inconsueta, che distolga la propria attenzione dalla parte cosciente e la incanali nella parte inconscia. La persona è in grado di approcciarsi a questa esperienza, ma non sempre ne è preparata. La persona in quanto “maschera”, è molteplice, ha la capacità di agire e calibrare sé stessa in base alle situazioni ed entrare in un “gioco simbolico”.

Ogni persona è in grado di smettere di pensarsi come soggetto che controlla ogni aspetto di cui abbia esperienza sensoriale e psichica per dare spazio ai livelli altri di conoscenza, all’interno di sé e all’ Altro, di cui anche essa fa parte.

Così la “Psicoterapia della Persona” promuove la trasformazione attraverso “esperienze altre” che mettano in connessione la persona con il potere trasformativo che è già esistente in sé stessi ma che non è ancora stato svelato.

Milton Erickson e Jay Haley affermano che è utile trattare la persona come una molteplicità e nello stesso tempo come un’unità. Propriamente, secondo l’”Orientamento sistemico”, la persona fa parte di tutto il proprio sistema relazionale passato, presente e proiettato nel futuro, in modo indissolubile, tanto che tutti noi siamo il frutto e il seme che nutrono e fanno sviluppare i legami importanti che ci circondano. Questo ci rende molteplici e unici contemporaneamente, molteplici perché abbiamo imparato a comportarci in modo diverso con le differenti persone significative, unici perché il percorso di vita che abbiamo fatto fino al momento presente ci disegna in un modo particolare che è solo nostro.

La persona, in quanto unica, trova il suo peculiare modo di accostarsi al cambiamento, non senza uno sforzo immenso, non senza resistervi, perché ogni modalità di affrontare la propria identità e di accettare la propria personalità è stata utile, economica e vitale fino al momento dello stallo. Una persona che raggiunge un momento di stallo comprende che è venuto a mancare quell’equilibrio, fino ad allora favorevole, che gli ha sempre permesso di integrare i propri bisogni con le proprie conquiste, che gli ha permesso di raggiungere gli obiettivi stabiliti senza dubitare delle proprie capacità. Quando arriva nella vita quel momento in cui le risorse da mettere in campo scarseggiano le persone, spesso, sviluppano sintomi che sono utili a fronteggiare e nello stesso tempo ad occultare la mancanza di risorse.

È facile che i sintomi divengano “Parte” della persona come qualche cosa di insito alla propria individualità, “la Parte non vive all’esterno dei confini del corpo, essa viene percepita come un fenomeno intrinseco alla propria corporeità, anche se gode di un’autonomia non sempre apprezzata dall’io”[4].

Erickson  intende i sintomi come utili manifestazioni dell’inconscio di svelarsi alla persona; anche se non parla di “Parti”, in tutto il suo lavoro, tratta questi sintomi come positive o negative e non controllabili manifestazioni dell’inconscio atte a dare sollievo e aiuto alle persone per scappare dai propri problemi.

Una parte di dialogo tra Erickson e Haley che mi ha colpito a riguardo di questo concetto è quella in cui essi parlavano di pazienti affetti da mal di testa incontrollabili; Erickson racconta ad Haley di aver avuto una paziente la quale aveva tre giorni di mal di testa alla settimana, che le impedivano di avere una vita normale, e di averle detto:

“Lei non lo sa, ma a qualche scopo serve. Ed è una cosa fisica” … “il suo inconscio è capace di usare un sacco di cose, sia a suo vantaggio sia a suo danno. Il malditesta è un danno”[5].

Quindi la persona è unica e il suo inconscio trova irripetibili soluzioni e sintomi per affrontare i propri problemi, Erickson riconosceva fortemente questa condizione umana e affrontava pragmaticamente ogni situazione in modo speciale; diffidava da metodi standardizzati, come quello della “Terapia Analitica”, per adeguare invece la terapia al paziente, in quanto persona diversa da tutte le altre. Adattava i suoi metodi a chi aveva di fronte: per il paziente particolare ci voleva un metodo flessibile che potesse portarlo a mettere in discussione i propri assunti e ricominciare da capo.

L’approccio era unico per ciascun problema, Erickson “utilizzava” ciò che il paziente portava in seduta per trarre informazioni a tutto campo, dal non verbale all’aspetto fisico e l’abbigliamento, dal tono di voce all’uso di specifiche parole, in pratica faceva il lavoro di ogni buon terapeuta, ma in modo molto rapido era capace di trarre un’enorme quantità di informazioni per poter intervenire anche già in prima seduta con un approccio “Strategico”. Haley sottolinea in “Terapie non comuni”, il modo di comunicare di Erickson con i suoi pazienti tramite metafora, ma anche lavorando dentro la metafora per produrre un cambiamento, anche usando pause, modificando il tono di voce e enfatizzando certe frasi e parole per distogliere o concentrare l’attenzione della persona.  Nei testi di E. Rossi, di cui Erickson è co-autore, si parla di “Approccio di Utilizzazione all’ipnoterapia”[6]. Il linguaggio usato da Erickson, adattato al paziente e al suo bagaglio di esperienze portato in seduta, era rivolto essenzialmente all’emisfero destro, era un tipo di linguaggio molto orientato all’analogico, condito di tecniche proprie dell’ipnosi e di altre tecniche specifiche per lo scopo in questione. Questo tipo di comunicazione produceva nelle persone una breccia dritta alla parte inconscia, con la quale era possibile dialogare di emozioni, spazio e forma (sensazioni) e sortire immediatamente uno spostamento di sistema da consapevole a inconsapevole.

In pratica Erickson, unico nel suo fare psicoterapico, era considerato un genio per il suo metodo; è stato avvicinato al metodo della “Psicoterapia Breve”, anche se a pensarci bene, per la sua rapidità e per la sua singolare tecnica di entrare in contatto con le persone i suoi metodi non possono nemmeno essere definiti come tali, piuttosto, mi verrebbe da provare a definirli uno stile di “Psicoterapia Osmotica” per la facilita in cui egli riusciva a entrare a spada tratta nel problema ed a provocare un cambiamento.

in riferimento a questo aspetto Erickson affermava che “bisogna cercare di parlare al paziente nei termini che gli sono familiari in un linguaggio concreto e quotidiano. Perché presentandogli le cose in un linguaggio concreto e quotidiano lui tende ad accettarle, Erickson nell’accogliere la persona del paziente aveva sempre molta attenzione a farlo sentire capito ed a creare un’atmosfera di fiducia per porre le basi di una disponibilità ad addentrarsi nel proprio mondo inconscio. Ma lo faceva in modo molto intuitivo, con la sua dote di improvvisazione e il suo immenso allenamento nell’osservazione, cosa che gli fu possibile grazie, purtroppo, alle sue malattie. Per osservare le persone egli usava i racconti come strumenti diagnostici, osservava attentamente come, durante l’ascolto, i pazienti reagivano con il non verbale.

L’ingaggio era sempre un miscuglio tra il sorprendere e l’accogliere il paziente, usava il racconto metaforico spesso con finale a sorpresa, scelto in base alla situazione del paziente, che serviva sia per mantenere attivo il suo interesse, sia per registrare le sue reazioni e cogliere elementi importanti.

Erickson, tuttavia, era anche capace di offendere e sbalordire le persone, nel caso in cui lo ritenesse opportuno, in questo modo shoccante riusciva a smuovere emozioni in modo rapido, destrutturava, riuscendo comunque a mantenere intatta la fiducia e coinvolgendo ancora di più il paziente, facendolo sentire in ogni caso a suo agio. La ristrutturazione avveniva nel paziente sia grazie ai contenuti, sia connotando positivamente e con humor le sue risposte: egli aveva la capacità di legare con le parole il significato che davano i pazienti al proprio terribile problema con la più semplice e ovvia soluzione, con l’uso di metafore, ossimori, analogie del tutto consone alla persona che aveva di fronte.

BIOGRAFIA DI MILTON H. ERICKSON: UNA PERSONA, UNO PSICOTERAPEUTA

Il terapeuta è una persona che grazie allo studio del comportamento delle persone è in grado di aiutare gli altri a migliorare le proprie condizioni di vita. Il terapeuta è prima di tutto una persona che ha appreso dalla propria vita e ne può fare una metafora per gli altri.

La storia di Erickson, la storia della sua famiglia, inizia con il lavoro del padre come infermiere a tempo pieno in un ospedale psichiatrico, ed un successivo trasferimento di lui e la moglie ad Aurum per la presenza di miniere di argento, in Nevada. Il viaggio fu molto difficile e la famiglia si accampò in una sorta di capanna in una zona desolata. Con poche possibilità di reperire viveri la coppia inventava di tutto per sopravvivere. Erickson nacque nel 1901, secondo di undici fratelli, ebbe già dall’infanzia problemi di salute, a cui la famiglia diede poco peso, era daltonico, affetto da sordità tonale e dislessico, aveva dunque già una percezione del mondo particolare e proprio per questo e per la sua curiosità innata, già da piccolo faceva molte domande e pretendeva continue risposte.

A diciassette anni si ammalò di poliomielite che lo portò ad una paralisi dal collo in giù e questo primo periodo di malattia fu per lui un enorme risorsa di studio: egli imparò a espandere le sue capacità percettive e il controllo del cervello sul sistema motorio, tanto che riuscì piano piano a ricominciare a muoversi da solo.

“Vedete, io avevo un grandissimo vantaggio sugli altri: avevo avuto la poliomielite, ed ero totalmente paralizzato. L’infiammazione era così forte che avevo anche una paralisi sensoriale. Potevo però muovere gli occhi, e anche l’udito non era stato menomato. A forza di stare a letto mi veniva la malinconia, impossibilitato com’ero a muovere qualsiasi cosa tranne le pupille. Me ne stavo in quarantena nella nostra fattoria, dove c’erano sette sorelle, un fratello, due genitori e un’infermiera. Come facevo a divertirmi? Cominciai ad osservare le persone e l’ambiente. Ben presto imparai che le mie sorelle potevano benissimo dire ‘no’ quando volevano dire ‘si’. Oppure potevano dire ‘si’ e contemporaneamente intendere ‘no’. Poteva accadere che una sorella offrisse a un’altra una mela, e subito dopo la ritraesse. Così cominciai a studiare il linguaggio non verbale e il linguaggio del corpo. Avevo una sorellina piccola che aveva cominciato a imparare a camminare carponi. Io, invece, dovevo imparare a stare in piedi e a camminare. Lascio a voi immaginare con quale interesse stavo a guardare la mia sorellina che passava dal camminare a quattro zampe all’imparare a stare in piedi. E voi non sapete come voi avete imparato a stare in piedi. Non sapete nemmeno come facevate a camminare. Voi potete pensare di poter camminare in linea retta per sei isolati (a parte altri pedoni e veicoli). Ma non sapete che allora non riuscivate a camminare in linea retta a un passo regolare!

Voi non sapete cosa fate quando camminate. Né sapete come imparate a stare in piedi. Imparate allungando la mano e tirandovi su. Ciò comporta una pressione nelle mani, e, per puro caso scoprite che potete mettere del peso sul piede. È una cosa tremendamente complicata, perché le ginocchia cedono, e se le ginocchia restano su dritte, cedono i fianchi. Poi vi si incrociano i piedi. Poi non riuscite a stare in piedi perché cedono sia i ginocchi che i fianchi. Sempre coi piedi incrociati (avevate imparato ben presto ad avere un ampio punto di appoggio), vi tirate su e vi tocca imparare come tener dritte le ginocchia, una per volta, e appena imparate questo, dovete imparare a badare che i fianchi e le ginocchia stiano dritti contemporaneamente, e pure a tenere i piedi ben divaricati, e appoggiando le mani a terra.

A questo punto inizia una lezione a tre fasi. Dapprima distribuite il peso su una mano e su due piedi, mentre questa mano [Erickson solleva la mano sinistra] non vi sostiene per niente. Lavoro veramente difficile, che vi permette di imparare a stare in piedi dritti, fianchi dritti, ginocchia dritte, piedi divaricati, con questa mano [la destra] che preme forte. A questo punto scoprite come cambiare la distribuzione dei pesi del corpo. Potete alterarla girando la testa, girando il corpo. Dovrete imparare a coordinare tutte le alterazioni dell’equilibrio del corpo quando muovete una mano, la testa, la spalla, il corpo; e poi si tratta di riimparare tutto con l’altra mano. Poi viene il lavoro terribilmente difficile di imparare a tenere su tutte e due le mani, e di muoverle in tutte le direzioni e di contare solo sulla solida base dei due piedi ben divaricati. E si tratta di tenere dritti i fianchi, le ginocchia dritte, e di badare a ginocchia, fianchi, braccio sinistro, braccio destro, testa, corpo. E alla fine quando avete abbastanza capacità provate a bilanciarvi tutto su un piede. Un lavoro d’inferno!

Come avete fatto a controllare tutto il corpo, tenendo i fianchi dritti, le ginocchia dritte, e avvertendo i movimenti della mano, i movimenti della testa, i movimenti del corpo? E poi mettete avanti un piede, alterando il centro di gravità del corpo! Le ginocchia si piegano e vi trovate seduti! Vi rialzate e provate daccapo. E alla fine imparate a portare un piede in avanti, e muovete un passo, e non c’è male. Così lo ripetete, non c’è proprio male. Allora il terzo passo (con lo stesso piede) e precipitavate! C’è voluto un bel po’ di tempo per alternare destro-sinistro, destro-sinistro, destro-sinistro. Ora potete ondeggiare le braccia, girare la testa, guardare a destra e a sinistra, e camminare, senza più far la minima attenzione a tenere le ginocchia dritte, i fianchi dritti”[7].

Ho voluto riportare integralmente (corsivi compresi) questo racconto di Erickson, del suo studio sull’imparare a camminare della sorellina, della sua grande volontà di re imparare a camminare osservando la sorellina, della sua utilizzazione del racconto a fini terapeutici. S. Rosen spiega, qualche riga dopo che Erickson si serviva di questo racconto per indurre (o suscitare) la trance e favoriva la regressione del paziente all’infanzia. La capacità di camminare, così come tutte le capacità i base acquisite, è appresa prima a livello conscio e poi diviene inconscia. Questo è un racconto motivazionale ed è stato molto usato da Erickson con i suoi pazienti.

Ritornando alla sua storia, questa esperienza di vita portò Erickson ad accostarsi all’ipnosi, perché comprese che “il solo pensiero o la sola idea di un movimento potevano portare all’effettiva esperienza di un movimento automatico del corpo”[8].

Si allenò a rievocare i movimenti delle mani e iniziò a vedere dei piccoli scatti delle dita, facendo esercizi di attivazione di reali ricordi sensoriali. Dopo undici mesi Erickson camminava sulle stampelle. Dopo il primo anno di College gli fu consigliato di passare l’estate all’aria aperta, così fece, per irrobustirsi, ma scelse un’impresa eccezionale, volle attraversare il Mississippi in canoa, da solo perché il suo amico si ritirò all’ultimo momento dall’impresa. Questo viaggio fu una bellissima, non senza difficoltà, lezione di vita: gli permise di recuperare tutte le forze e conoscere tante persone sul suo percorso, delle quali continuò a studiare il comportamento. Tornato dal viaggio proseguì gli studi in medicina e si sposò con la sua prima moglie; in questo periodo di studi iniziò a comprendere come i fenomeni di trance fossero comuni nella vita quotidiana e tutti ne provassero gli effetti.

Erickson facendo ricerca in psicopatologia trasformò la vecchia concezione autoritaria dell’ipnosi in un “approccio permissivo e di facilitazione. Ora non c’erano più suggestioni meccaniche impresse in modo automatico nella mente ‘vuota’ della persona in trance; piuttosto, Erickson vide lo stato ipnotico di trance come uno stato di dinamica complessità e individualità, nel quale le capacità personali del soggetto potevano essere utilizzate per facilitare il processo di guarigione”[9].

Si sposò con la sua prima moglie e si specializzò in Psichiatria nel Wisconsin; durante il suo primo matrimonio, da cui ebbe tre figli, si rese conto delle lacune che aveva rispetto ai rapporti sociali a causa dell’enorme energia e tempo spesi per gestire la sua malattia in adolescenza e iniziò a interessarsi di coppia e di famiglia, per cui negli anni Quaranta e Cinquanta fu poi uno dei primi psichiatri a ricevere coppie e famiglie intere.

Lavorò come psichiatra al Colorado Psychopatic Hospital e successivamente venne nominato assistente allo State Hospital for Mental Diseases di Howard, Rhode Island (1929-1930), periodo in cui vennero pubblicati molti suoi articoli su riviste mediche. In seguito ricoprì vari incarichi al Worcester State Hospital del Massachusetts e pubblicò il suo primo scritto sui “Possibili effetti nocivi dell’ipnosi sperimentale” in cui dimostrò che l’ipnosi non era un procedimento pericoloso.

A trentatré anni divorziò dalla prima moglie e iniziò a lavorare al Wayne County General Hospital a Eloise, nel Michigan, dove incontrò Elisabeth Moore, che sposò poco dopo, con lei allargò la famiglia con altri cinque figli e proseguì la sua ricerca: fu Direttore della ricerca psichiatrica e poi della formazione psichiatrica a Eloise fino al 1948. Fece ricerca sulla sordità ipnotica e la cecità ai colori e pubblicò altri scritti sulla dimostrazione sperimentale dei meccanismi mentali freudiani e sulla presenza di processi inconsci nella “psicopatologia della vita quotidiana” e nelle sindromi psichiatriche gravi. Tuttavia Erickson si discostava dalla “Teoria Psicoanalitica”, così come dalle altre teorie allora in voga, egli considerava sbagliato accostarsi in modo acritico ad un orientamento in quanto il rischio era di perdere creatività e attenzione per l’esplorazione libera. Infatti non sistematizzo mai il suo lavoro, rimase per così dire in “ascolto” dei propri mezzi sensoriali per tutta la sua carriera, altri autori e suoi seguaci cercarono al posto suo di ricavare assunti dal suo immenso lavoro pragmatico.

In seguito divenne Direttore dell’Arizona State Hospital a Phoenix; trasferitosi in Arizona ebbe dei benefici la sua salute, ma dopo due anni decise di dedicarsi solo alla libera professione nella sua casa a Cypress Street, nel centro di Phoenix per l’insorgere nuovamente di problemi di vertigini, strascico della poliomielite; avendo lo studio in casa si poteva permettere di rimettersi in poco tempo grazie a pause in cui praticava l’autoipnosi e poteva ridurre anche i dolori.

Sfortunatamente dopo pochi anni, all’età di cinquantuno, si ammalò di un ceppo diverso di poliomielite e il dolore, dovuto al deterioramento del tessuto muscolare a causa della malattia, si acutizzò. Tuttavia Erickson si riprese rapidamente e iniziò a tenere lezioni e conferenze e insieme a A. Huxley intraprese un lavoro che frutto un celebre racconto: “Una indagine speciale condotta con A. Huxley sulla natura e il carattere dei vari stati di coscienza”.

Essendo in quel periodo l’ipnosi ritenuta solo una pratica sperimentale, la fortuna di Erickson fu quella di colmare un vuoto applicativo dell’ipnosi clinica nella medicina, nell’odontoiatria, nella psicologia; il suo successo lo portava spesso fuori casa e all’estero per settimane e inventò anche un metodo mimato di indurre lo stato di trance (perché non parlava le lingue dei paesi dove effettuava dimostrazioni) su cui elaborò uno scritto; nello stesso tempo la sua casa e il suo salotto erano diventati un punto di riferimento per molti pazienti accorsi da ogni dove, oltre che di molti studiosi di allora.

Del suo interloquire e fare ricerca con vari autori tra cui ad esempio G. Bateson, J. Haley, J. Weakland rimangono alcuni scritti, soprattutto in forma di conversazioni trascritte a posteriori, oltre ai testi di E. Rossi, J. K. Zeig e J. Haley, R. Bandler e J. Grinder che furono suoi allievi e portarono avanti il suo contributo. Erickson morì a 78 anni, nel 1980, poco dopo il rientro a casa dopo un viaggio di lavoro.

Della sua grande personalità, il suo carisma, la sua forza d’animo e determinazione la cosa che colpisce maggiormente è la sua concezione di “persona”: in quanto unica, resiliente, capace di guardarsi all’interno e di sperimentare l’incontro con le proprie vere emozioni. Egli riuscì a portare i suoi pazienti a trovare questa essenza di persona in loro stessi, a trovare la forza e il coraggio di cambiare nel modo più adatto e migliore per ognuno.

Nel suo essere disabile Erickson trovò il modo per scoprire vie alternative di percezione della realtà che lo condussero ad essere un grande terapeuta, di grande umanità e di eccellente genialità, regalando spunti e idee agli eredi del mondo attuale.

L’INCONTRO CON LA PERSONA E LA SUA OSSERVAZIONE

Un capitolo a parte va dedicato al metodo osservativo di Erickson. L’incontro con il paziente era quasi sempre frutto di invii per passaparola, e soprattutto, durante l’ultima parte della sua vita, per fama, in quanto era così conosciuto da richiamare persone molto lontane. Erickson era ritenuto quasi un mago, un po’ perché allora vi era una scarsissima conoscenza della tecnica ipnotica, ritenuta affine alla “Parapsicologia”, egli invece la padroneggiava, in una modalità definita “Conversazionale”. Era considerato un guaritore, perché molti pazienti che egli curava traevano miglioramento in tempi brevi, già da poche sedute, al contrario dei tempi lunghi della “Terapia Psicoanalitica”, che negli Stati Uniti di allora andava per la maggiore. L’approccio di Erickson era “pragmatico”, non analitico.

Per Erickson l’induzione ipnotica non era il fine, ma il mezzo per dialogare con il paziente. L’induzione era facile da raggiungere perché egli la otteneva in un modo insolito, tramite la conversazione riusciva a portare il paziente in uno stato di focalizzazione che facilitava il contatto con le sue emozioni e i suoi ricordi.

La prima seduta era spesso già operativa per il cambiamento, Erickson aveva anche un particolare modo di spiazzare dando prescrizioni già al suo termine.

In “Cambiare gli individui” Haley riporta integralmente alcuni dialoghi in cui egli ed altri studiosi chiedevano a Erickson delucidazioni sulle sue modalità operative, all’asserzione di Haley:

“tu allora usi il primo colloquio come una specie di test”.

Erickson rispose:

“come test, come diagnosi e come prognosi”[10].

Di fatto Erickson utilizzava ogni forma di comunicazione della persona che aveva di fronte per carpire informazioni e poter intervenire in modo appropriato.

Erickson è per questi ed altri suoi metodi considerato “Strategico”. Di fatto le sue modalità lo portavano a condurre le sedute mantenendo sempre il completo controllo sul dialogo, ma un po’ per il suo carisma, un po’ per la sua ironia e la sua delicatezza riusciva a portare i pazienti nello stato di totale fiducia e di farli collaborare pienamente alla terapia in breve tempo.

L’UTILIZZAZIONE DELLE RISORSE DELLA PERSONA

La particolarità di ogni persona per Erickson andava riconosciuta e valorizzata, era solito condurre ognuno, con la propria unicità, a provare il cambiamento “facendo”: le prescrizioni di Erickson sono sempre singolari, ma mai inappropriate.

Egli valutando le risorse delle persone trovava sempre un modo di metterle nella condizione di cambiare i propri comportamenti, credeva che il cambiamento si raggiungesse solo con l’azione in prima persona, utilizzava ciò che la persona metteva in primo piano.

L’utilizzazione è stata definita da Rossi “il processo di accettazione di ciò che ci viene detto da un paziente come sua realtà”[11], ossia un atteggiamento mentale del terapeuta che gli permette di sostenere  qualunque cosa accada in seduta, questo atteggiamento in Erickson si traduce in una serie di caratteristiche.

Haley sistematizzando le principali caratteristiche del metodo terapeutico di Erickson ha, definito la tecnica del “fornire una alternativa peggiore”, come una strategia basata sul fatto che la persona, incastrata nel proprio comportamento sintomatico, agisce. Il sintomo procura alla persona una via più facile di sfuggire al cambiamento. Fornendo una prescrizione che provocava nella persona un peggioramento dello stato in cui egli si trovava, era la persona stessa che trovava alternative per sfuggire alla prescrizione peggiorativa e trovava le risorse per cambiare se stessa, dismettendo l’abito del sintomo.

Erickson, quindi, utilizzava le risorse delle persone perché fondava il suo metodo terapeutico sulla tendenza innata che esse hanno verso la crescita personale. Lo aveva compreso grazie alla propria esperienza di vita, grazie alla sua storia familiare e personale; riteneva che la persona avesse già tutte le risorse necessarie per raggiungere la propria crescita, solo che spesso venivano utilizzate nel contesto meno funzionale, “credeva che lo stato naturale di un essere umano fosse quello di essere ‘sano ricco e saggio’ e di vivere la vita come un evento gioioso. Per iniziare a capire in che modo guarisse è necessario tenere conto della sua fiducia incrollabile nella bontà di fondo dell’essere umano” … “utilizzava la compassione e la relazione terapeutica per avviare le capacità guaritrici proprie del paziente” … “spesso utilizzava l’analogia del fiore cresciuto in una fessura del marciapiede: le persone possono trionfare, nonostante vengano calpestate e malgrado il suolo povero, esse possono comunque crescere e fiorire”[12], queste le parole di sua figlia Betty Alice nel primo capitolo del libro scritto con Bradford Keeney dal titolo “Milton Erickson- un guaritore americano”.

La tendenza delle persone verso la crescita era per Erickson una componente molto importante della motivazione al cambiamento, egli non minimizzava le difficoltà, ma trovava in esse degli aspetti che potevano essere usati per far migliorare la situazione di una persona o quella della sua famiglia, connotava positivamente queste risorse inconsce e le utilizzava per risollevare la persona in situazione problematica.

Le “strategie” di Erickson erano tutte fondate sulla sua fiducia nel potere dell’inconscio, cosa che lo portò ad approfondire e praticare l’ipnosi in modo fluido e non sempre distinto dalla conversazione, tanto che i livelli di trance potevano essere dal più leggero al più profondo e far passare il paziente da uno stato di trance ad uno stato di conversazione e poi nuovamente ad uno stato di trance.

In sintesi l’utilizzazione delle risorse della persona avveniva a più livelli e riprese.

L’USO DELLA METAFORA IN PSICOTERAPIA

La metafora è uno strumento potente in psicoterapia perché supera le barriere della consapevolezza e dei significati letterali; in un modo, oserei dire, subdolo una persona può ricevere un messaggio, con un linguaggio diretto, tramite metafore e analogie, e non accorgersi di essere stato guidato a collegare due concetti. La persona si ritrova a creare da sé un collegamento tra concetti anche a posteriori della seduta.

“Metafora” in greco significa trasporto, nella metafora è permesso trasferire un significato ad un altro; il linguaggio metaforico consente di comunicare simultaneamente a livello conscio e a livello inconscio, la sua utilità è, infatti, quella di distrarre con il messaggio letterale la mente conscia e andare dritto alla mente inconscia che è pronta a collegarvi suoi significati, senza che la razionalità sia implicata e senza che la persona possa porre resistenza al messaggio.

Bateson in “Verso un’ecologia della mente” affermava che la metafora ha a che fare con l’abduzione, ossia con la capacità dell’organismo vivente di riconoscere che le relazioni tra due elementi possono esistere anche in un altro contesto; questo nell’evoluzione ha influito nell’organizzazione e nella comunicazione delle specie viventi, le quali, trovando simmetrie, hanno potuto apprendere e decontestualizzare tali apprendimenti.

Esiste quindi una predisposizione naturale dell’uomo verso la comprensione delle metafore, tanto che la religione, la poesia, l’arte, il sogno, ed altri fenomeni strettamente umani ne sono fondati.

Erickson era solito prendere delle metafore del paziente e usarle in quanto proprie del suo linguaggio per sfruttare al massimo la capacità di queste persone di creare dei propri mondi di significato.

In PNL il “Milton Model” o linguaggio vago, viene utilizzato proprio per ottenere, all’opposto del “Metamodello” generalizzazioni, distorsioni e cancellazioni a vantaggio della comunicazione. In questo senso, mentre il Metamodello apre la lente di ingrandimento sugli errori della comunicazione per rendere il messaggio il più chiaro e condiviso possibile tra i due interlocutori, invece, il Milton Model lo rende più vago e accogliente possibile, affinché l’inconscio possa raccogliere i significati comuni nel modo che gli è proprio. Quindi questo metodo comunicativo, al posto di ingrandire e mettere a fuoco i punti in comune, sfuoca e rende le parole dilatate nella loro semantica, tanto da poter accogliere quanti più significati possibili.

L’uso della metafora ne è un esempio: una metafora può incorporare un’infinità di situazioni, tante quante la persona, in base alle proprie esperienze di vita, possa immaginare.

Così Erickson usava aneddoti, racconti di proprie esperienze di vita, metafore che potessero risuonare nel paziente, dalle quali egli potesse trarre insegnamento e iniziare a strutturare un cambiamento.

I racconti e gli aneddoti fungevano come metafora per instillare un cambiamento, a volte Erickson li utilizzava per osservare le reazioni della persona che aveva di fronte, per capire se in certi punti del racconto la persona cambiava espressione, comunicava in modo non verbale; dalle sue osservazioni poteva proporre un secondo aneddoto o riprendere quel punto, sottolineare i passi importanti, divagare su qualche argomento, in modo da focalizzare la persona sull’interpretazione che in quel momento il suo inconscio aveva creato.

L’IPNOSI E LA PERSONA

L’ipnosi si può definire un lavoro che la persona fa da sé per produrre cambiamenti. Nello specifico è una pratica in psicoterapia che conduce ad un’esperienza di “perdita di controllo controllata”(secondo Paolo Testa, docente del corso che seguii anni fa), ad uno stato alterato di coscienza, reso possibile da una profonda focalizzazione sui processi interni creativi, elaborati a livello dell’emisfero destro. Questi processi si attivano tramite la dissociazione tra la parte cosciente e controllante della mente e quella inconscia, ricca di risorse auto curative, con l’aiuto di una guida facilitatrice espressa dalla persona del terapeuta.

Erickson aveva la capacità di portare la persona in stati leggeri di trance o più profondi in vari momenti della seduta, alternati da dialoghi coscienti. Ad Erickson non piaceva parlare di “induzione” ipnotica, i suoi metodi erano “conversazionali”, il suo uso della tecnica ipnotica  discostava molto dal carattere sperimentale che aveva assunto l’ipnosi nel ventesimo secolo, egli piuttosto affermava che l’ipnosi non esiste, ovvero che è dappertutto: riconosceva lo status naturale della trance. Il suo metodo viene infatti da lui definito “Ipnosi naturalistica”.

La particolarità dell’ipnosi naturalistica era quella di supervisionare la persona in trance nei propri “apprendimenti inconsci” e, sebbene Erickson fosse un terapeuta strategico, lasciava ampia libertà al paziente in stato di trance, senza forzature e tecnicismi volti ad ottenere la trance profonda.

“la trance secondo Erickson è quello stato in cui l’apprendimento e la disponibilità al mutamento hanno le maggiori probabilità di avere luogo” … “in stato di trance, i pazienti comprendono spesso in modo intuitivo il significato di sogni, simboli e di altre forme d’espressione dell’inconscio”[13]. La voce dell’ipnotizzatore diventava una voce interna ed Erickson riusciva a trasmettere in questa voce, con i suoi metodi, la possibilità di apprendimento al di fuori della seduta: la persona grazie a suggestioni post ipnotiche continuava a lavorare su ciò che aveva appreso anche a distanza di settimane.

Bandler e J. Grinder, sistematizzando i modelli della tecnica ipnotica di Erickson, mettono in luce come i metodi propri dell’ipnosi erano usati da lui in terapia anche in momenti non tecnicamente di trance, l’utilità di certe sue tecniche si può vedere in psicoterapia negli eredi del suo pensiero.

EREDITA’ DI MILTON ERICKSON

Erickson non ha mai voluto sistematizzare in teorie e metodi precostituiti il suo agire terapeutico, fondamentalmente perché non voleva indurre la futura psicoterapia a utilizzare asetticamente impostazioni rigide, per evitare “che lo psicoterapeuta cercasse le proprie certezze in sistemi creati da altri”[14], le uniche risorse su cui un terapeuta deve fare affidamento erano per lui il sapere, le intuizioni, la creatività. Per questo motivo l’ascolto deve essere sempre attivo e il parlare del terapeuta deve essere sempre in funzione dell’ascolto e dell’osservazione, per stimolare nuove risposte del paziente. Nello stesso modo l’ipnotista deve essere capace di cogliere tutte le micro risposte della persona per poter procedere nel condurre la trance ipnotica. Inoltre, per Erickson, il terapeuta ha un ruolo molto attivo e in un certo senso “manipola il cambiamento” e lo ottiene rapidamente, senza andare ad analizzare il passato della persona, per questo motivo egli viene considerato uno dei fondatori della “Psicoterapia breve” e della “Psicoterapia strategica”, i suoi contributi in questo senso sono soprattutto da ricercarsi nel lavoro di Haley. Come già accennato, egli da Erickson, in quanto “strategico”, apprese e sviluppò tutte le aree connesse con lo stile particolare di comunicazione che è l’ipnosi, che rientrano nel ruolo attivo del terapeuta. Haley ritiene “la terapia strategica di Milton Erickson una logica applicazione della tecnica ipnotica. Dalla preparazione ipnotica deriva l’abilità nell’osservare le persone e il loro modo complesso di comunicare, l’abilità nel fornire motivazioni ed eseguire le prescrizioni terapeutiche e ancora l’abilità di usare le parole, intonazioni e movimenti del corpo per influire sul comportamento degli altri. Pure dall’ipnosi deriva la concezione degli individui come disponibili ai cambiamenti, un’appropriata valutazione della duttilità dello spazio e del tempo e una specifica competenza nell’indirizzare le persone verso una maggiore autonomia”[15].

Bandler e Grinder raccolgono, invece, dalla tecnica ipnotica i fondamenti che poi andranno a sviluppare la PNL. In particolare, da Erickson, scomponendo e decodificando le conversazioni delle sedute di ipnosi, essi traggono la particolarità degli schemi di comunicazione ai due livelli, conscio e inconscio, usati in seduta; la struttura che ne viene fuori rende comprensibili i passaggi organizzati dall’ipnotista e spiega i processi di cambiamento su cui la coppia ipnotista e paziente lavorano.

Le influenze di Erickson in psicoterapia della coppia e della famiglia sono state molteplici, la Scuola di Palo Alto con Haley mette in evidenza la valenza dello “spazio” nel setting terapeutico, il modo in cui le famiglie si dispongono nella stanza è oggetto di osservazione iniziale, le persone assumendo una posizione precisa ricoprono il loro ruolo esattamente come lo fanno nella quotidianità famigliare, il terapeuta può quindi chiedere ai membri della famiglia di prendere un posto che all’inizio era di un altro familiare per poter cambiare prospettiva e simbolicamente abbandonare la posizione precedente, lasciando apertura al cambiamento. Un altro aspetto importante che la terapia sistemica accoglie è la  “connotazione positiva del sintomo” che agevola l’ingaggio e la fiducia nel terapeuta, accompagnando le famiglie e le coppie in una graduale visione delle problematiche riportate in modo differente, senza sminuirle e senza denaturare il loro punto di vista iniziale. Oppure, ancora, la modalità di Erickson di “amplificare le risposte”, come modalità utile di ottenere piccoli cambiamenti per poi continuarvi il lavoro in un secondo momento, come una preparazione del terreno prima del cambiamento. L’uso delle “prescrizioni” è stata un’altra eredità di Erickson e infine l’importanza del “conseguimento dell’autonomia reciproca”[16] insieme all’importanza dell’unione dei membri di una famiglia: per Erickson era fondamentale agire subito sulla diade in maggior coinvolgimento o conflitto, anche eseguendo colloqui in cui alcuni membri a rotazione venivano mandati fuori dalla stanza per poi ricongiungersi con il resto della famiglia.

L’eredità più scontata ma più consistente di Erickson si ha nell’ambito dell’ ipnosi, “ipnoterapia” moderna o ipnosi naturalistica, in ambito medico e in ambito psicologico, soprattutto per le sue tecniche di induzione e per la concezione dell’ipnosi in quanto terapeutica.

Tutto questo bagaglio esperienziale e pragmatico lasciatoci da Erickson si inserisce nella sua concezione della “bontà dell’inconscio”, che, al contrario della Teoria Psicoanalitica, la quale, soprattutto nel ventesimo secolo, era incentrata sulla connotazione negativa delle pulsioni inconsce,  fa della pratica terapeutica un’operazione di sostegno e indirizzamento alle risorse nascoste della persona. Il termine “utilizzazione” si riferisce proprio a queste risorse, piene di forza vitale e orientate al benessere, che si trovano nell’inconscio delle persone, e che ognuno a modo proprio può usare per cambiare la propria vita.

 

 

[1] https://www.treccani.it

[2] P. Busso, 2016, p.47

[3] M. E. Kerr, M. Bowen, 1990,  p.125

[4] P. Busso, 2016, p.  83

[5] J. Haley, 1987, p. 61

[6] S. Rosen  (a c. di), 1983, p. 24

[7] S. Rosen  (a c. di), 1983, pp. 35, 36

[8] https://www.ericksoninstitute.it

[9] https://www.ericksoninstitute.it

[10] J. Haley, 1987, p.  139

[11] https://psicologianeurolinguistica.net

[12] https://www.ilcorpoinmente.it

[13] S. Rosen (a c. di), 1983, p. 18.

[14] https://www.humantrainer.com

[15] J. Haley, 1976, p. 9

[16] J. Haley, 1976, p. 27