06 Apr Mortificazione
Uno di quei giorni d’attesa di messa alla prova, che ormai avevo imparato ad affrontare, di attesa dello scarico della tensione, uno di quei giorni di attesa della discussione della mia seconda tesi, fu un emblematico anticipo di esperienza formativa.
In quel giorno dovevo andare nello studio di una Signora che mi aveva contattata attraverso la sorella, la quale aveva il mio recapito perché avevo fatto un colloquio con lei per un lavoro; ebbene mi accingevo a scoprire e vivere una verità che dilaga tra i professionisti della terapia psicoanalitica, ma ancora non sapevo nulla riguardo alla professione della signora, presentata a me come scrittrice di racconti.
Io dovevo appunto aiutarla a trascrivere sul computer questi racconti e sistemarli secondo le regole impostegli dalla casa editrice.
Presi così quest’impegno subito, essendo bisognosa e ansiosa di guadagnare qualcosa ancora prima della laurea, sicura che, come da accordi telefonici, non mi avrebbe comportato una collaborazione continuativa e nemmeno un obbligo d’assunzione: si trattava di uno dei numerosi lavori in nero che avevo svolto durante tutto il tempo di frequenza all’università.
Giunsi con la mia macchina all’indirizzo che mi era stato indicato e mi accorsi subito che più che uno studio questa struttura sembrava una residenza di una famiglia molto ricca e benestante, infatti si trattava di una villa, forse settecentesca, alla quale si accedeva attraverso un maestoso cancello con apertura automatica in cui apparivano sul citofono solo due indirizzi, quello del cognome che corrispondeva alla persona alla quale dovevo prestare il servizio di dattilografa e un altro a me sconosciuto.
Citofonai all’indirizzo e mi fu aperto il cancello, salii la rampa e mi ritrovai in un giardino curato e ricco che, per la stagione di fine estate, appariva ricco di piante e alberi rigogliosi che impedivano la visione completa del palazzo.
Attraversai il vialetto pensando che quello sarebbe stato un bel luogo per lavorare e giunsi all’ingresso della villa. La porta era aperta, così entrai con sicurezza ricordandomi che ero quasi bi-laureata e nessuno per quanti soldi avesse poteva essere più sereno e sicuro di me. Entrando mi ritrovai in un ingresso molto ampio con uno scalone di marmo di fronte e sulla destra vidi una grande scrivania e una signora che doveva proprio essere la segretaria perché aveva il computer con a fianco vari hardware e sulla scrivania il telefono a portata di mano. Mi rivolsi a lei con la mia massima gentilezza e chiesi della Signora, mi rispose che la Signora era impegnata ma sarebbe arrivata subito e mi chiese di accomodarmi sul divano antico proprio di fronte a lei.
Passarono cinque minuti ed io osservai la sfarzosità dell’ambiente che mi circondava mentre la segretaria proseguiva nella battitura al computer.
Ad un certo punto si aprì la porta che avevo di fronte a sinistra ed uscì una bella Signora dai profondi occhi azzurri e la forma fisica snella e curata, la quale con il braccio e la mano destra protesi in avanti mi venne incontro dicendomi:
- Eccomi! Scusa se ti ho fatta aspettare…prego seguimi!
La seguii presentandomi e dandole la mano con la mia solita stretta precisa e decisa che avevo ormai acquisito da quando avevo iniziato a lavorare.
Entrai in una stanza spaziosa e con due tavoloni pieni di fogli e libri e il computer; la stanza permetteva di accedere a un grande locale e un giardino: la Signora mi chiese gentilmente se volevo qualcosa da bere con un sorriso di cortesia opportunistica, io pensai di essermi sbagliata di questo mio giudizio ed accettai un bicchiere d’acqua, mi sedetti al computer che ella mi indicò, dove lo sgabello, che faceva contrasto con la comoda sedia posta alla sua sinistra per la scomodità e l’altezza rispetto al tavolo, era stato posto preventivamente per lo svolgimento del mio lavoro.
La signora iniziò a spiegarmi la mia mansione facendomi vedere un blocco notes e alcuni fogli scritti a macchina:
- Vedi questi sono i miei racconti: li scrivo nelle situazioni più insolite, per esempio a volte mi sento ispirata quando sono al mare, altre volte magari sono a fare la spesa e allora mi capita di essere presa dall’ispirazione e inizio a buttare giù i racconti sulla carta che ho con me. Ho una grafia un po’ complessa come vedi, però questo è dovuto anche dall’ispirazione folgorante che mi prende in certi momenti, allora quando scrivo velocemente questo è il risultato.
La mia immaginazione mi portava ad pensare questa bella Signora la quale, ossessivamente presa dal suo lampo di genio, scriveva all’impazzata su pezzi di cartone o quant’altro le capitasse sotto mano e avesse difficoltà a stare dietro alla velocità del suo pensiero con la mano e la penna.
La grafia era davvero incomprensibile: le uniche lettere riconoscibili erano le “t” e le “g”, tutto il resto aveva una forma ondeggiante e nemmeno le vocali risaltavano dal quel flusso d’inchiostro.
Le dissi subito:
- Si è vero. Non riesco a capire una parola.
Rispose:
- Non preoccuparti, vedrai che è questione di tempo: quando assimilerai il mio vocabolario riuscirai ad andare avanti da sola. Per ora vediamo quanto sei veloce, detterò io.
Iniziai a scrivere sotto dettatura il più velocemente possibile. Ero soddisfatta perché essendomi allenata grazie alla scrittura della tesi questa mansione mi riusciva bene e mi auto-correggevo ancora prima che lei se ne accorgesse. Anzi a volte lei aveva difficoltà a leggere la propria grafia e quindi io avevo il tempo di riposarmi per qualche secondo.
I racconti erano storie di psicologi, psicoanalisti, professionisti che si innamoravano sul posto di lavoro e avevano storie di sesso e impulsi distruttivi: erano storie di “mala deontologia professionale” nelle quali il tema comune era il mancato controllo delle pulsioni sessuali.
La Signora si stupì della mia freddezza e del mio mancato imbarazzo nella scrittura di certe parole e frasi ad alto contenuto erotico e facendomi notare questa cosa suscitò in me un rafforzamento della mia soddisfazione di essere prettamente orientata al compito e staccata dal contenuto.
Portai a termine il lavoro e trascrissi e ordinai secondo i canoni della casa editrice otto pagine in due ore e mezza.
Concluso il lavoro le dissi che consideravo quella giornata come una prova e che quindi mi avrebbe pagata dalla volta successiva. Ella mi propose di donarmi un suo libro, io le risposi che avrei voluto sceglierlo e che l’avrei fatto più avanti. Riempiendomi di cortesi e opportunistiche critiche positive mi accompagnò alla porta e rimanemmo d’accordo per la settimana successiva, dopo il mio esame di Laurea.
Non mi interessai della cosa fino al giorno dopo la Laurea, quando la chiamai per confermarle il mio impegno del giorno successivo.
Tornai così nella sfarzosa villa, con meno adrenalina in corpo e con un senso di svuotamento che sentivo avrebbe indebolito le mie capacità cognitive e il mio controllo emotivo. Così fu.
La signora mi fece aspettare sul divano davanti alla segretaria nell’ingresso più di mezz’ora e in più di mezz’ora non vidi alzarsi la segretaria dalla sua sedia e ebbi modo di sentire una volta la sua voce al telefono: monoespressiva, riassuntiva, mosillabica quasi.
Mi chiesi se era felice del suo lavoro.
Finalmente arrivò la Signora che mi accolse scusandosi per il ritardo e mi fece nuovamente accomodare sullo sgabello scomodo della volta precedente, scusandosi di non averne altri.
Iniziai a scrivere sotto dettatura e mi accorsi di fare molta più fatica della volta precedente, allora mi interruppi per dirle:
- Mi scusi, ma sa…ho avuto la discussione della tesi tre giorni fa e sono nella fase di rilassamento dopo lo stress, quindi sono più lenta e faccio più errori…non sono così lenta, la volta scorsa ho reso il doppio!
Ella non mi chiese nemmeno come era andata la tesi e continuò a dettare, riprendendomi più volte perché la mia facoltà di auto-correzione era dimezzata.
In due ore scrissi quattro pagine ed ero esausta.
Era arrivato il momento di stabilire il mio prezzo. Quanto poteva costare la mia competenza?
Le dissi:
- Guardi io ho lavorato con diverse mansioni fin’ora sia manuali che intellettuali, la valutazione remunerativa che darei a questo tipo di impegno, vista anche la distanza da casa e la perdita di tempo per arrivare da lei e svolgere un lavoro di due ore o due e mezza alla volta, sarebbe, secondo me 15 euro all’ora.
Mi rispose:
- Io mi sono informata e il lavoro di dattilografa su internet vale 1 euro a pagina.
Ribadii:
- Per meno di 15 euro non mi conviene perché se vengo e faccio quattro pagine in due ore i soldi che mi da lei non mi bastano per pagarmi la benzina, posso scendere se mi fa lavorare più ore in una giornata, ma visto che la sua disponibilità per svolgere questo suo impegno e dettarmi i racconti (perché non capisco la sua grafia e non penso sia facile che impari a decifrarla) è di due o tre ore in una giornata io devo ripagarmi il viaggio, se no non mi conviene.
Ella rispose:
- Io non ho assolutamente intenzione di darti quanto mi chiedi.
Allora ribadii ancora:
- Mi dispiace ma ultimamente ho lavorato per minimo 16 euro all’ora e non mi interessa lavorare per meno soldi. Dattilografe ce ne sono tante in giro, ne cerchi una.
Ella con voce intermezzata da ironici e scoppi di risa disse:
- La psicologa sono io, non tu, mi stai chiedendo di pagarti quasi quanto chiedo io ai miei pazienti per una seduta di un’ora, non te ne rendi conto?
Io, altrettanto ironicamente, risposi:
- Io non sono ancora psicoanalista, ma non voglio essere pagata meno di quando lavoravo in cucina nel ristorante, o di quando faccio la baby-sitter, lei mi propone meno di quello che prende una donna che fa le pulizie. Allora forse mi conviene fare quel tipo di lavoro, solo che non è il caso, anzi, visto che magari ne ho bisogno ne cerchèrò una: mia madre ne chiama una ogni tanto che le prende 8 euro all’ora!
Ella ridendo mi disse appoggiandomi una mano sulla spalla:
- Ma sai oggi magari sei poco ragionevole per lo stress della tesi, forse è meglio che ne parliamo la prossima volta, scusami ma ora ho i miei pazzi che mi attendono per la terapia.
Io, stizzita, dissi:
- Non ci sarà una prossima volta se le condizioni sono queste.
Mi alzai e mi rivolsi verso l’ingresso, feci due passi, mi voltai e le dissi:
- La ringrazio, ma preferirei finirla qua, non sono interessata a questo lavoro.
Mi raggiunse e mi disse, aspetta ti accompagno all’uscita.
Le detti la mano e gliela strinsi con fermezza dicendo:
- Grazie, arrivederla, vado da sola.
Intanto dentro di me sentivo arrivare le lacrime dal cervello al cuore e dal cuore in gola. Mi imposi di fermarle li e non farle giungere agli occhi.
Mi ribadì senza smettere di sorridere ironicamente:
- Vedrai che mi richiamerai e troveremo un accordo.
Le risposi sempre trattenendomi:
- Non ce n’è bisogno, va bene così. Non c’è accordo e voglio chiuderla qua: per me il mio valore è 15 euro all’ora.
Ella insistette:
– Ti pago 20 euro, mi sembra più che normale per quattro ore e mezza.
Mi dette i soldi con sufficienza ed io per velocizzare la mia fuga dalla situazione accettai.
Mi avvicinai alla porta, la aprii e attraversai l’atrio con la segretaria-robot, giunsi finalmente alla porta d’ingresso quando mi sentii tirare da dietro per i jeans: era ancora lei, la signora psicoanalista, la quale disse:
- Aspetta! Hai l’etichetta che ti esce dai pantaloni!
Io mi divincolai indispettita e lei continuò:
- Non sta bene l’etichetta fuori, tu sei grande ormai e dovresti stare attenta a queste cose!
La salutai, non ce la facevo più, stavo per esplodere a piangere.
Sempre gentilmente le dissi:
- Grazie, non me n’ero accorta. Di nuovo: grazie e arrivederla.
Attraversai la porta d’ingresso, il vialetto con gli alberi e le piante curate, che orami, essendo fine estate, sembrava sapessero che avrebbero perso presto tutte le foglie, ma non la dignità.
Arrivai alla macchina e iniziai a singhiozzare e piangere come non mi succedeva da 6 mesi o più: non piango mai, pensai, chissà perché questa professionista mi ha provocato con i suoi mezzi una reazione così esagerata. Chissà perché insisteva fino alla fine? Chissà se credeva davvero che sarei tornata, e soprattutto se io diventerò come lei, visto che il mio sogno è proprio fare il suo lavoro…non diventerò mai come lei, è impossibile! Non posso essere così piena di me da voler provocare una mortificazione tale ad una mia aspirante dipendente.
Mi fermai con la macchina sotto l’ingresso della strada privata che portava a quella villa perché non riuscivo a guidare: non smettevo di piangere dal dispiacere e dall’offesa che aveva provocato quell’episodio non solo a me ma alla professione in generale di psicoanalista.
Chiamai il mio ragazzo che arrivò in meno di cinque minuti, essendo li vicino.
Uscii dalla macchina lo abbracciai e singhiozzando gli raccontai tutto.
Egli mi guardava stupito e con gli occhi di chi si chiede come possa una persona che conosce come ambiziosa, forte e risoluta farsi prendere da una crisi di pianto tale. Era la prima volta che mi vedeva piangere, e l’unica, ad ora, dopo sei mesi da quell’episodio.
Intanto mentre eravamo abbracciati sul marciapiede arrivò la segretaria-robot, che aveva posteggiato la macchina proprio li vicino a dove mi ero fermata io con la mia.
Rimase ad ascoltare facendo finta di cercare qualcosa nel bagagliaio per venti minuti almeno.
Io mi calamai e iniziai a rielaborare questo episodio. L’elaborazione prosegue ancora ora.
Mi ricordai di aver studiato la teoria di Tommaso Senise sulla “psicoterapia a breve di individuazione”[1] e la sua classificazione della tipologia di rapporto dei genitori con l’adolescente, ebbene quest’autore individua una tipologia di rapporto che identifica come “mortificazione mortifera passiva” la quale porta all’annullamento delle tensioni vitali edificanti: un genitore tale provoca nel figlio la morte di ogni tensione emancipativa di crescita e di costruzione di un’ideale dell’io, portando quindi il figlio ad un investimento sull’oggetto di tipo dipendente, inoltre priva il soggetto della costituzione di forze propositive e aspirazioni essendosi egli classificato come perdente di partenza. Senza entrare nel dettaglio un genitore tale è mosso da un prepotente io narcisistico e omnicontrollante, che non è solo classificabile come iperprotettivo, ma appunto mortificante passivo. Induce un senso di frustrazione che annulla la capacità di crescita ed emancipazione esasperando il senso di impotenza appreso nel figlio, anche provocandogli problemi di apprendimento sempre correlati con questo senso di impotenza appreso.
La mia domanda è: sono stata indotta alla reazione che ho raccontato da una competente professionista di terapia della dipendenza? Sono stata trattata come ella tratta i suoi pazienti?
[1] M. Aliprandi,E. Pelanda, T. Senise, “Psicoterapia breve di individuazione”, Feltrinelli, Milano 1990.
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